Modi di dire toscani: poche parole, parecchio da capire

«Non mi garba punto.»

Quattro parole e il giudizio è servito. Non ti piace quella proposta, quel vestito o il modo in cui qualcuno ti ha risposto. Quanto non ti piace? Per niente. La frase non lascia molto da trattare.

Per entrare nel parlare toscano conviene partire da qui: espressioni quotidiane, significati concreti e un orecchio al tono. Perché la stessa parola può arrivare come una carezza ruvida oppure come un rimprovero.

Queste sei espressioni sono un punto di partenza, non un dizionario di tutta la regione. Alcune appartengono anche all’italiano comune o letterario; una, che incontreremo, è documentata specificamente nel fiorentino.

1. «Mi garba»: mi piace, senza tanti complimenti

Un piatto, una persona, un’idea: se ti garba, ti piace.

«Questa trattoria mi garba. Ci si torna?»

È una parola che si sente toscana, ma sarebbe sbagliato liquidarla come italiano scorretto. L’Accademia della Crusca ricorda che garbare appartiene anche alla tradizione della lingua italiana, pur conservando un forte radicamento nell’uso regionale.

La traduzione resta semplice: piacere, risultare gradito. Il resto lo fanno la voce e la situazione. Accademia della Crusca: «Garbare è toscano o italiano?»

2. «Non mi garba punto»: il dissenso completo

Qui punto non chiude la frase: rafforza la negazione. Significa affatto, per niente.

«Si parte alle cinque del mattino.»
«Questa idea non mi garba punto.»

Lo stesso uso si trova in espressioni come non sono punto convinto. E nel parlare toscano la parola può diventare anche aggettivo: non ho punta voglia.

Non è una decorazione da aggiungere a caso per sembrare del posto. Ha una funzione precisa: chiarire che la voglia, la convinzione o il gradimento sono proprio assenti. Treccani: «Punto»

3. «Non fare il bischero»: fermati prima della sciocchezza

Può voler dire: non fare lo sciocco, non comportarti da ingenuo, cerca di ragionare.

«Vuoi comprare quella macchina senza nemmeno provarla? Non fare il bischero.»

Attenzione, però, a considerarlo sempre un appellativo affettuoso. Tra amici può essere scherzoso; rivolto a uno sconosciuto può risultare offensivo. La parola ha anche un’accezione anatomica volgare, registrata dai dizionari.

C’è poi una curiosità concreta: in ambito musicale il bischero è il pirolo con cui si regola la tensione di una corda. L’etimologia è indicata come incerta: meglio non trasformare una spiegazione pittoresca in una certezza storica. Treccani: «Bischero»

4. «Ma sei grullo?»: davvero pensavi fosse una buona idea?

Può essere una domanda pronunciata quando qualcuno propone una cosa assurda o prende una decisione poco sensata.

«Vado a piedi, sono soltanto venti chilometri.»
«Con questo caldo? Ma sei grullo?»

Anche qui conta il rapporto fra le persone. Non basta una cadenza simpatica a rendere innocuo un insulto.

La parola, inoltre, ha più di una sfumatura: può indicare una persona sciocca o ingenua, ma anche qualcuno di stordito o poco lucido. La Crusca distingue questi significati: non ogni grullo sta dicendo esattamente la stessa cosa. Accademia della Crusca: «Grullo: significato e uso»

5. «Chetati!»: abbassa il volume, e magari anche l’agitazione

Significa calmati, stai tranquillo; secondo il contesto, può essere anche un invito piuttosto diretto a fare silenzio.

«Chetati un momento, che non si capisce cosa vuoi dire.»

Il verbo chetare ha anche una storia letteraria: non nasce per forza nella discussione al tavolo accanto.

Nella conversazione, però, la differenza fra rassicurazione e ordine si sente subito. Detto piano può accompagnare un tentativo di calmare qualcuno. Urlato, rischia di ottenere il risultato contrario. Treccani: «Chetare»

6. «Avere il bischero per il capo»: oggi non c’è verso di parlare seriamente

È una locuzione documentata dal Vocabolario del fiorentino contemporaneo. Descrive chi ha voglia di scherzare, giocare e prendere poco sul serio la conversazione.

Non è dunque soltanto un altro modo per chiamare qualcuno sciocco. Può riferirsi a un umore passeggero: oggi hai voglia di fare il buffone, domani magari riusciamo a finire il discorso.

È anche un buon esempio del perché serva precisione: un’espressione raccolta nel fiorentino non diventa automaticamente comune a ogni paese della Toscana. Vocabolario del fiorentino contemporaneo: «Bischero»

Prima ascoltare. Poi, eventualmente, rispondere

Per usare queste espressioni non serve riempire le frasi di apostrofi o imitare un accento. Serve capire con chi stai parlando.

Un rimprovero fra amici può diventare sgarbato in un’altra situazione. Una parola familiare in una casa può esserlo meno nella provincia accanto.

Quale modo di dire si usa a casa tua? Segnalacelo indicando il paese, il significato e una situazione in cui lo hai sentito. Le parole meritano di essere raccolte insieme alle voci che le tengono vive.